Le sale conferenze Motus Animi

martedì 19 marzo 2013

Salento, luogo dell'anima



Chi vive in Salento campa sicuramente oltre la media. La ragione è semplice: qui il tempo si è fermato. I ritmi sono infatti più a misura d’uomo e la natura, almeno apparentemente, non sembra sfregiata dalla frenesia del profitto. Proprio per scoprire l’anima del Salento, bisogna prenotare un soggiorno a Pasqua. È in questo particolare periodo dell’anno che la penisola Salentina, protesa nel Mediterraneo, esprime a 360 gradi, il suo essere terra di accoglienza e di incontro tra i popoli del Mare e le loro culture. Non solo un viaggio alla scoperta dei paesaggi e delle città d’arte, ma anche delle memorie più profonde che sostanziano il Salento. Se ci si affaccia alle marine ioniche o adriatiche o si allunga lo sguardo sulle distese degli oliveti si scorge solo il segno delle stagioni che regalano caleidoscopi di colori accesi e variegati. Ai lati trionfa l’azzurro del mare che cambia con il vento e le maree; al centro domina il verde di foreste di ulivi che sembrano sbucare dalla terra e rivolgersi al cielo come braccia in preghiera. Nel bel mezzo, su qualche cocuzzolo o nella distesa pianeggiante, spunta infine il bianco di paesini immacolati, borghi che sono cartoline, ritratti di dipinti medioevali. Chi abita da queste parti è affettuosamente legato a riti tramandati dagli avi in una mescolanza di consuetudini millenarie ereditate da bizantini, greci, turchi, albanesi. Popolazioni che hanno trovato attracco in questa appendice dello stivale proiettata nel cuore del Mediterraneo e solo in parte collegata alle consuetudini del resto della penisola. Ad Oria, ad esempio, la passione di Cristo (ne racconta un libro di Luigi Neglia) comincia in anticipo. Il mercoledì vengono allestiti i sepolcri nelle chiese mentre i forni si riempiono di dolci da scambiare con i vicini. Inoltre Gesù morto scende dalla croce il giovedì (lo dice anche il titolo di un volume di Pino Malva) e viene deposto per essere trasportato in una teca trasparente dalla chiesa delle Benedettine sino alla cattedrale sfilando fra due ali di fedeli in preghiera. La coreografia è degna di un film ma la folla che si stringe attorno alla reliquia partecipa con profonda convinzione rispettando una liturgia che accomuna la sofferenza della flagellazione alle lacrime del peccatore. Anche il turista occasionale ne diventa partecipe e si sente fuori dal tempo. Tanto più se trova alloggio in uno dei caratteristici punti d’accoglienza dell’albergo diffuso (tanti piccoli alloggi di proprietari diversi) e capita in una specie di “trullo cittadino” com’è ad esempio la Tana del lupo, un edificio incorporato nella parte più remota della turrita cittadella salentina. Il misticismo dell’appuntamento viene avvolto dalla cornice sonora delle “trenule”, singolari strumenti di legno animati dai componenti di una delle confraternite locali che regalano un ulteriore tocco di originalità. Per chi ama questi luoghi o per chi li vuole esplorare e conoscere a fondo in un momento meno convulso dall’affollamento estivo, l’appuntamento prepasquale è proprio l’occasione giusta. E’ un periodo nel quale si riesce più agevolmente a scavare nel passato e individuare l’antica civiltà messapica che ben sei secoli prima della nascita di Cristo si insediò nella foresta oritana e nelle borgate che si affacciano alle due marine che abbracciano la Puglia mediterranea. Dai Messapi ha preso il nome anche una locanda, creata nelle scuderie del castello normanno-svevo di Mesagne, che è stata elevata a presidio di Slow Food. In loco stanno fiorendo numerosi Gal (gruppi di azione locale) consapevoli dell’importanza di valorizzare i singolari tesori custoditi da queste terre. Si fa presto ad innamorarsene. Basta sostare nel centro storico di Francavilla Fontana nelle notti della Passione della settimana santa, per incontrare i Pappamusci, penitenti incappucciati che a piedi scalzi trascinano pesanti croci di legno ripetendo il percorso della via Crucis. Il termine “musci” è ricavato dallo spagnolo e dal dialetto greco e sta curiosamente a significare gatti. I “crociferi”, cioè portatori delle croci, si sferzano e si lamentano per espiare le pene commesse secondo un rito che affonda le radici nei secoli. A conferma, appunto, che qui il tempo scorre a un ritmo più lento, si è quasi fermato. Ma poi, per risvegliarsi, basta una sosta alla bottega dei Passiante dove si gusta il confetto riccio, mandorle ricoperte di morbido zucchero e lavorate artigianalmente (proprio come si faceva una volta) che potrebbero riuscire a rianimare una mummia. Salento terra di popoli e di culture. Ai salentini va inoltre riconosciuta una particolare prerogativa: sono interpreti più che spettatori. Mentre a Natale danno vita ai presepi viventi, a Pasqua rigenerano, da protagonisti diretti, la fatica della Passione. Diventano attori del processo di Pilato e della liberazione di Barabba, mandando alla crocefissione il Cristo, propongono l’ultima cena con un’attenzione ad ogni dettaglio che attenti registi hanno già immortalato nel cinema. La Passione assume inoltre a Martignano un tono sconosciuto, parla in Grico, un dialetto importato dai primi coloni greci e rinverdito dai monaci fuggiti da Bisanzio nell’anno mille per salvarsi dalle lotte iconoclaste. Servono solo una fisarmonica e dei cantori che con un incalzante quanto monotono ritornello personificano i giovani che nelle giornate prepasquali si collocavano agli incroci e davanti alle masserie per piangere la passione di Cristo e, contemporaneamente, chiedere la questua. Le “trenule” (in italiano battole) danno intanto un pathos particolare alle lamentazioni delle sette confraternite che procedono a rilento sotto il peso di grandi croci che scricchiolano e risuonano lugubremente nelle viuzze lastricate dei paesi. C’è inoltre la “pizzica” con il tamburello che rende festosi gli incontri di Vignacastrisi dove si può pure avere un sorprendente contatto con la pietra forata (dal greco men an tol) della chiesetta di San Vito di Calimera che celebra il rito della dea madre, della nascita e rinascita. Passeggiando nei vicoli dei borghi si scoprono anche le “quarene”, raffigurazioni di “befane” immobili che esposte sui balconi o accovacciate agli ingressi dei locali mostrano un’arancia nella quale sono conficcate tante piume quante sono le settimane che mancano alla resurrezione. Sono solo alcuni esempi di un mondo incentrato sui luoghi dell’anima (decine le chiese) che vive in costumi e tradizioni di epoche remote attraverso emozioni tangibili nei templi, nelle borgate, in certi scorci dei centri urbani che sembrano rappresentazioni sceniche rubate ai fotogrammi della storia e documentano il quieto e lieto vivere. Mesagne ed il carciofo brindisino. Impedibile una tappa golosa a Mesagne, in occasione della Festa del Carciofo, che inizierà il 14 aprile e durerà ben sette giorni con eventi, convegni e sosta nei ristoranti tipici che offrono menu con ricette a base di carciofo in tutte le sue declinazioni. Il progetto di promozione del carciofo brindisino Igp a cura del Gruppo di azione locale Terra dei Messapi di Mesagne punta a valorizzare l’intera economia della zona partendo dalla tipicità. Il territorio del Gal, dove vivono 130mila persone, pari al 30 per cento della popolazione della provincia di Brindisi, è ricco di arte, storia e tradizioni agricole. I turisti potranno visitare importanti siti archeologici come quello di Mesagne dove si leggono le testimonianze dell’antica civiltà messapica, scoprire i percorsi naturalistici tra gli alberi di ulivo secolari e la campagna e sperimentare gli itinerari golosi dal carciofo brindisino Igp al negroamaro, il vitigno autoctono che più di altri identifica e rappresenta il Salento e che grandi aziende e cooperative vitivinicole imbottigliano e promuovono con successo nei mercati internazionali. Castro e Nardò, passeggiate benessere nella natura. In attesa di assistere ai riti pasquali, di giorno ci si può lasciare rapire dalla bellezza dei paesaggi e degli orizzonti, tra mare, cielo e terra a Portoselvaggio, sul Mar Jonio (www.comune.nardo.le.it). Poco distante, a Santa Maria al Bagno, si può visitare il museo della Memoria e dell’Accoglienza, dove visse una comunità ebraica, che dopo la Seconda Guerra Mondiale venne ospitata lì dalla Forze Alleate prima di raggiungere Israele. Bellissimo poi, il centro storico barocco di Nardò. Sulla costa Adriatica ci si può lasciare guidare dagli amici dell’Associazione degli operatori turistici di Vignacastrisi (www.vignacastrisi.it), che proponogono tutti i sabato escursioni tra muretti a secco e ulivi selvatici a piedi o in bicicletta lungo i sentieri di campagna che portano a Castro fino poi a farsi incantare dal borgo di Castro, che, digradando dolcemente verso il mare, sembra un piccolo presepe incantato (www.comune.castro.le.it). Percorrendo i circa 50 gradini si può visitare la Grotta Zinzulusa, una grotta naturale abitata sin dalla Preistoria e di grande interesse naturalistico perché ci vivono ancora i gamberi ciechi, di origine preistorica. Da non perdere una visita nel borgo medievale. Tra i castello, la chiesa bizantina e romanica e le antiche megalitiche mura messapiche, ci si può affacciare dalla piazza principale, un vero e proprio balcone sul mare, luoghi dove, mentre il vento accarezza i capelli, l’Anima respira libertà. Enogastronomia da 110 e lode. Altro capitolo rappresentativo di questa terra è il ben di Dio che finisce sulla tavola. Anche qui si avverte l’immutabilità del tempo. I vini, gli oli, i cibi che sfilano nei piatti sono degni di una regalità passata, di consuetudini vecchie di secoli. Basta sfogliare il menù di certi luoghi di ristoro per rimanere a bocca aperta. Come reagire davanti ad una sfilata di sapori e di profumi di ben 13 antipasti? Un esempio: parmigiana al carciofo con pomodoro e prosciutto cotto, pastiera dolce, farro con carciofo, pomodoro e cacio ricotta, frittata di carciofi, crostoni con crema di carciofi e speck, strudel ai carciofi e formaggio, pasta al forno, grano con gamberi e rattatua di verdura, patate e carciofi, crostini, confettura di carciofo, risotto e carciofi, orecchiette con capocolli e carciofi. Il re della tavola è dunque il carciofo le cui varietà sono tante ed ogni agricoltore si vanta di specialità inimitabili. C’è già chi ha ideato il Festival del carciofo brindisino. Converrebbe ampliare l’orizzonte e, così come sono nate le strade dei vini, dar vita anche alle strade dei carciofi. Che dire poi degli oli, trattati secondo manuali tramandati da generazioni e capaci di regalare aromi inesprimibili, inusuali a chi vive nelle regioni del Nord. Merito del sole e dell’aria marina, ma anche dell’esperienza di contadini profondamente legati ad una terra generosa che, se abbastanza irrigata, regala prodotti unici nel loro genere. Anche questo è un richiamo alla storia, agli incontri che i nobili salentini offrivano agli ospiti più illustri. Un altro segno che i secoli sono trascorsi senza riuscire, fortunatamente, a cambiare le cose migliori. Tappa indimenticabile è la Tartana di Castro Marina, poco sotto il castello, una splendida vista sul mare leccese. Possono mettervi in tavola – e vorrei vedere chi resiste – una sfilata di piatti marinari da diventare un incubo… per chi non ne approfitta. Per antipasti si trovano gamberoni al vapore con prezzemolo e limone, insalata fresca di mare (seppia e calamari), cozze ripiene, panzerotti di riso e alici, alici spinate in padella, pittule, ricci di mare, cozze patella, gamberetti di salsa, rustica di verdure (cime di rapa, pesce spada e seppia), sformato di Lauren con gamberetti. Come primo piatto ecco poi la calamarata con pescatrice padellata nei pomodorini scattariciati (cioè scoppiettati). Si passa infine al cartoccio di fritturina di calamaretti nostrani e paranza. Se siete riusciti ad arrivare indenni sino a qua provate a gustare il dessert basato su patate dolci fritte e condite con zucchero, pittule dolci, paste di mandorle. Il tutto, debitamente annaffiato di Rueh di Fiano della cantina Santi Dimitri di Galatina e di Negroamaro rosato. Udite, udite, al momento del conto non si superano i 50 euro. Se non fosse così lontano da noi si potrebbe fare un abbonamento domenicale. Infine, parlando di alimenti, non possiamo trascurare il forte legame fra la festa religiosa di San Giuseppe e le Tavole di Erchie, una cittadina che custodisce nei sepolcri del suo santuario anche una fonte benedetta che, protetta da Santa Lucia, si dice salvi la vista. Tavole? A primo acchito viene da pensare ad editti incisi sulla pietra come i comandamenti affidati a Mosè. Ma ben presto si scopre che sono vere e proprie sfilate di ghiottonerie appunto esposte sulle tavole. Con simili bontà si capisce perché qui fanno a gara a resistere alla tentazione di emigrare, invecchiando con il sorriso e la serenità di chi sa cogliere la vita nel modo migliore.

fonte: http://www.estense.com/?p=286087