lunedì 20 gennaio 2014

Lecce è femmina. Sensuale, vanitosa, elegante. E generosa nel mostrare la propria bellezza.

fonte: Touring Magazine

Lecce è femmina. Sensuale, vanitosa, elegante. E generosa nel mostrare la propria bellezza. Gigli, uccellini, grano, rose, uva, putti: il barocco è una festa, un colpo di teatro aggrappato alle facciate, un monologo di muri color del miele che si increspa, si arriccia in grappoli di pietra che sostengono tronfi balconi a petto d’oca, si attorciglia intorno alle colonne. Mascheroni e cariatidi che si accomodano su architravi, arpie e talamoni che si appollaiano su timpani e cornici. Linee attorcigliate, avvitate su se stesse, horror vacui, giochi di spazi e di forme per ingannare i sensi e la mente. Grazia leggera, teatralità portata agli estremi in un girotondo di suggestioni all’insegna del travestimento e dell’illusionismo. Scorci e squarci di facciate barocche, palazzi stretti che sgomitano per trovarsi in prima fila su piazzette che spiano il sole, a fare corona all’anfiteatro romano, a meritarsi un posto d’onore al cospetto della maestosità della cattedrale o della chiesa di S. Croce, con le sue aquile e gli schiavi pietrificati. Mentre la siesta pomeridiana, nella calura che affoga il giorno e mangia le ombre, impone pause di riflessione e l’azzurro del cielo si sposa al tramonto con voli di rondini pettegole. 
Esuberante e languida, Lecce è una perla scaramazza che non ti consente un passeggio distratto e svogliato. Non ti lascia scampo. Ti obbliga ad alzare gli occhi, a rincorrere linee che si intersecano, a inseguire volumi tumultuosi, ad accarezzare gorghi di forme piegate alla folle eleganza, alla fantasia lieve della Chiesa post-tridentina. Nel gioco sontuoso dei sensi, una teatralità fastosa gonfia i panneggi, rompe le regole, le piega al capriccio dell’arte barocca.

Chiese dalle facciate esuberanti, messe solenni, processioni infinite, archi trionfali, con 18 patroni e 16 confraternite nel Seicento Lecce è la città più religiosa del Viceregno di Napoli. Tutto concorre all’effetto coreografico e propagandistico della Controriforma, al linguaggio emotivo e spettacolare che deve colpire gli occhi non meno del cuore dei fedeli. Ma il barocco leccese non è solo apparenza e ostentazione, preziosità nella forma ma non nella sostanza, vuoto esercizio mentale, è un linguaggio d’amore. Per la propria terra e le proprie radici. Verità e finzione: pelle fatta pietra, carta fatta pelle. Tufo morbido e arrendevole fra le dita, nutrito di latte e di sogni d’eternità.
Cartapesta forte e duttile, docile nel seguire la fantasia degli artigiani: statue leggere, per essere portate a spalla nelle interminabili feste religiose, soffitti a imitazione del legno intagliato e dorato a proteggere sontuosamente il popolo di Dio. Ma anche presepi da esibire agli ingressi delle case sotto campane di vetro, angioletti a vegliare le culle, santi per camere nuziali mosse da tende di pizzo, nicchie da santificare (perché «vale più un santo nell’edicola che uno in chiesa»), conventi che tutto sembrano meno che edifici religiosi. Mai sguaiata, Lecce non vive di contrasti. Ti accoglie con garbo antico, ospite da onorare nel salotto buono: fiori freschi e centrini ricamati. Il suo artigianato non è solo il segno di mani sapienti, silenziosamente eloquenti. È il gusto del bello, anche piccolo e silenzioso, ma ben fatto. Quel piccolo che fa il molto, perché dietro e dentro gli oggetti, tra estro e tradizione, non c’è un asettico frutto di saperi ma un segno colto e popolare, singolo e collettivo, un racconto, qualcosa che vibra e lascia una traccia.

«Le mie visite non sono un ritornello, sono un ritorno. Anch’io sono artigiana di bottega turistica», così si presenta Daniela Bacca, guida leccese le cui spiegazioni hanno il sapore dolce di un racconto.«Sono una cantastorie che presta la propria voce al patrimonio visibile e invisibile. Arte della memoria in senso lato. Artigianato della narrazione tra esperienza del vissuto e percezione dei luoghi. Nei luoghi e nelle icone dell’artigianato, nelle opere “minori” del passato e nei souvenir odierni c’è la nostra radice, la creatività, l’orgoglio e la dignità della nostra storia sociale, economica, antropologica e artistica. Durante le passeggiate con i turisti suono campanelle d’argilla, mostro i balconi e i battenti in ferro battuto dei palazzi gentilizi, indico la frutta e i volti scolpiti nella pietra, mentre passo per le botteghe prendo in mano pastori e santi in cartapesta. Spiego le pieghe e le piaghe di storie e segreti celati dentro a un oggetto-soggetto artigianali». Lecce è la dimostrazione che la Puglia non è solo vino e olio, pizzica e mare. Molto si è perso, ma ancora oggi il centro vive di minuscole botteghe e di una generazione di giovani artigiani che, fra tradizione e design, fanno ben sperare. «Lecce è il rito della cartapesta. È sacra e processionale, presepiale e mestierante. È anche gioco e gioiello. Lecce è terracotta. Perché siamo messapi e da sempre modelliamo la creta» ricorda Daniela. «Ti farò conoscere Marco, un “sarto” di carta, che cuce gli abiti ai santi e ai pastori, per poi stirarli con la “focheggiatura”.» Ed eccolo Marco Epicochi, 38 anni di muscoli e tatuaggi, occhi profondi, modi gentili. E mani attente per figurine da presepio con i tratti somatici dei contadini salentini. Ha respirato aria di bottega, iniziando a maneggiare l’argilla a sei anni con il nonno. Poi l’Accademia a Napoli e, a 25 anni, il grande salto. « Con tanta paura ho aperto la mia bottega. Ho ancora tanto da imparare, e quando termino una statua non sono mai soddisfatto. Dobbiamo credere in quello che facciamo, ora posso dire che premia».
Marco realizza anche grandi statue: «Fino al 1920 la Chiesa assorbiva il 70 per cento della produzione, e ancora oggi è un buon committente. Per i frati di Galatina per esempio ho realizzato una S. Caterina, ora a Betlemme, alta 1,70 m». Oggi come ieri, quando i santi commissionati dalle comunità italiane all’estero venivano spediti in Brasile, Australia, Americhe. «Ti porterò da Maria, le cui mani fatate modellano gentili bouquet di fiori e inaspettati anelli e collane. Passeremo da una bottega antica e impolverata dove vi sono pupi da asciugare e in cui troverai antiche statue di cartapesta da restaurare e da pregare», l’itinerario della cartapesta tocca ora la bottega di Maria Arcona Ratta, la cui produzione di arte presepiale fa da contraltare alle grandi opere sacre del marito, esposte nel vicino negozio e molto richieste per le processioni di Malta. «L’uomo per il sacro, la donna per il profano» sentenzia Maria, dalle cui abili mani incrostate di ponnula (acqua, farina e solfato di rame per non fare imputridire la colla che se ne ricava) nascono gioielli e fiori. Omaggio al passato, quando la cartapesta non era solo sacra, ma dava vita persino a mobili e bambole. Magica la bottega di Mario Di Donfrancesco, tempestata di angeli, santi, bambinelli, ali, crocifissi. Un antro sacro e fatato con centinaia di occhi lacrimosi, felici, angosciati, teneri che ti seguono ovunque. Un caleidoscopio di emozioni in cui si muove quest’artista e restauratore che dai 17 anni è cresciuto con i più grandi nomi: Malecore, Capoccia, Indino, Gallucci. «Si può vivere di artigianato» sostiene. «Sono ancora innamorato del mio lavoro». Come innamorati del proprio lavoro sono Gianni De Carlo e Pinuccia Petruzzelli, esempio di design applicato alla cartapesta, perché l’artigianato oggi non è ripetizione di schemi ma attenzione alla potenzialità della materia. La stessa messa in pratica da Mario Del Fiume, con le sue borse flosce di cuoio, colorate e dalle linee decise, un lavoro nato come hobby sui mercatini hippy degli anni '70, quando i giovani ricominciarono a rivendicare il valore del lavoro manuale.
«Ci muoveremo nell’ex quartiere delle ceramiche vicino la basilica del Rosario» anticipa Daniela. «Lì troveremo Claudio, il cui laboratorio è ludus e amore. Lo vedremo modellare i fischietti e le campane. Giocattolo tra i più antichi, pegno d’amore, amuleto di bene. Andremo da Maria Gabriella, con le sue bamboline di terracotta. Sono massaie, comari, mamme. Rappresentano la donna del meridione. Una Dea Madre, dai fianchi larghi e con il grembiule dalle ampie tasche, laboriose, forti e malinconiche». Non ha mai smesso di giocare Claudio Capone, che non ha certo avuto una vita in discesa. Figlio di una madre audiolesa, sordo anch’egli fino ai 18 anni, ha iniziato costruendo robot con i rifiuti di metallo dell’officina in cui faceva il meccanico. Ora nelle sue manone cantano fischietti a forma di gufo o di pecorella e campanelle, inno alla vita e al suono ritrovato. È una bella storia di donne quella della massaia salentina scaldauova di Maria Gabriella Epifani: forme morbide in cui tuffare il volto per farsi consolare, braccia forti e piene per farsi abbracciare. «Volevo qualcosa che rappresentasse il Salento. Da piccola avevo sette zie proprio così. Curiose e ciarliere, parlavano tutte insieme, camminavano a braccetto, occupando tutta la strada. Ecco come sono nate le mie bambole» racconta. «Essere artista è una responsabilità. Io sono e voglio essere un’artigiana, libera». Libera come le sue donnone alla Botero, così diverse da lei, energica e sottile, ma che esprimono il senso di una femminilità intrisa del sapere e del sapore della vita. Maria Gabriella ha fatto di Lecce femmina una donna, autentica, consapevole, rassicurante. Che scalda il cuore e cova la vita.